Scritto da  2014-03-05

Dalle Azzorre a Malaga

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Dalle Azzorre a Malaga
Dalle Azzorre a Malaga SkipperClub

Racconto di vita di una traversata Atlantica dalla Azzorre a Malaga attraverso lo stretto di Gibilterra.
Avevo rinunciato una volta, parecchi anni addietro, per problemi improcrastinabili, e avevo relegato l’avventura in un cassetto delle cose da fare ed ecco che finalmente posso cogliere l’occasione di regalarmi per il mio compleanno del mezzo secolo, la traversata Atlantica da Ovest a Est, quella più impegnativa, con l’Aliseo spesso contro o con un minimo di angolo. Saranno 1300 miglia di bolina, 10 giorni sbandati con tutti i problemi del caso.

Purtroppo sarà solo (per così dire) dalle Azzorre a Malaga, il lavoro non mi permette di assentarmi maggiormente e di poter fare la traversata completa dai Caraibi. La barca è un superbo Beneteau 57 con pozzetto centrale, spazioso e comodo. Scoprirò solo quando a bordo che non ci sono i teli antirollio, ho la cabina sopravvento insieme ad Alberto e tutti e due ci guardiamo stralunati “ma come faremo a dormire con il matrimoniale disposto a murata sopravvento?

L’arrivo all’isola di Faial nel pomeriggio del 22 Aprile è fatto con due voli, uno da Linate a Lisbona e il secondo da Lisbona direttamente all’isola. L’atterraggio fa presagire subito cosa mi può aspettare: l’oceano è bianco e spumeggiante e l’aereo fa fatica ad atterrare dritto. Un bel vento di 30Kn spazza l’area “saluti, ben arrivato”. Raggiungo il porto e la barca con un breve viaggio in taxi di 10 minuti. In porto sembra tutto più tranquillo, Horta è ben riparato e la barca è lì ad aspettarmi.
Non c’è nessuno, sono tutti al Peter Caffè Sport locale ritrovo di tutti i velisti passati da qui negli anni, li raggiungo anch’io dopo aver lasciato la mia borsa a bordo.
Le pareti, il soffitto e ogni angolo sono ricoperti di foto, gagliardetti, ninnoli, ricordi di ogni genere lasciati da tutti i più grandi velisti che hanno cavalcato l’oceano in tutte le direzioni. E’ presente pure un piccolo museo della caccia alle balene, di cui le Azzorre sono famose per la loro tradizione ormai morta e abbandonata. Oltre ai già presenti arrivano piano piano tutti, ci presentiamo ad ogni nuovo incontro. Alla fine siamo in 10, compreso Davide il nostro Skipper.

“Abbiamo un piccolo problema a bordo” ci dice, “durante la prima parte di traversata si sono sfilacciate due sartie basse e una sartia alta, ho già provveduto a rinforzare le basse e domani mattina lo farò con quella alta, ma dovremo stare attenti e navigare leggermente sotto invelati per non stressare troppo l’attrezzatura”

Beh, ormai sono qui cosa vuoi fare tonare in aereo, se deve essere avventura lo sia fino in fondo.

La sera la passiamo al ristorante e dopo l’ultima bevuta si torna in barca, domani ci sarà molto da fare. La mattina successiva sveglia, lavata veloce e colazione al volo, fra le altre cose nel pomeriggio si parte.

Mentre Davide ripara la sartia alta, io vado a cercare due bottiglie di spumante da stappare per il mio compleanno in navigazione, altri 4 vanno a fare cambusa e torneranno nella tarda mattinata con un taxi stracolmo di cibo.

Intanto ripassiamo la rotta da fare, la prua da tenere e facciamo due esercizi su una carta nautica con le due sponde dell’atlantico e una spruzzatina di sassolini al centro. La prossima fermata sarà Punta Delgada, sull’isola di Sao Miguele, ultima isola a Est/SudEst dell’arcipelago, che dista 150 miglia da qui, dove faremo l’ultimo rifornimento di gasolio, e dove ci ripareremo se il fronte freddo previsto in arrivo, ci regalerà venti troppo intensi. Nell’attesa facciamo un giro sui pontili, sono ricoperti, come anche ogni angolo della diga foranea, da murales con bandiere, nomi e luoghi di tutto il mondo.

Ogni equipaggio che passa di qua lascia la sua impronta. Mentre passeggiamo, ecco che entra in porto una stupenda barca a vela di almeno 20 metri, è americana, oltre che dalla bandiera lo si capisce dai biondi e atletici giovani che si muovono per ormeggiare all’inglese la barca al pontile. Subito iniziano la pulizia del mezzo, che nuovo rilucente è in attesa dell’ultimo olio di gomiti. Da sottocoperta esce una ragazza di poco più di 20 anni, alta non oltre il metro e sessantacinque, magrettina, carina, ma ha un cipiglio duro, dà ordini a tutti, imposta i lavori da fare e rimprovera chi si attarda. Scopriamo che è lo skipper della barca.

Alla faccia. Complimenti!!!

Dopo aver riposto in tutti i gavoni disponibili e anche nelle sentine tutto il cibo, avendo cura di stilare una lista, applicata su ogni alloggiamento, del cibo contenuto, facciamo il breafing sulla sicurezza: giubbotti di salvataggio, asta IOR, estintori, pompe di svuotamento, segnali di sicurezza, e soprattutto in caso di abbandono nave, come e quando liberare la zattera di salvataggio e cosa ognuno di noi avrebbe dovuto recuperare e portare a bordo della stessa.

Siamo pronti, un vento teso di almeno 25 Kn ha spazzato il porto fino a poco fa, ora si è tutto rannuvolato e il vento è calato. Molliamo gli ormeggi. L’avventura ha inizio.

Appena fuori, l’oceano ci viene a salutare. Non si capiva dal molo, non ci sono le ochette spumeggianti che ti indicano quanto vento c’è, eppure una bella onda di 3-4 metri, meno male abbastanza lunga, si infila sotto la nostra chiglia e ci solleva, senza però sballottarci più di tanto.

In Meditterraneo un’onda di queste dimensioni sarebbe stata molto corta e ripida, con sballottamento del mezzo pesantissimo. Il vento non c’è ancora, proseguiamo a motore, inizia anche a piovere a tratti. “Grazie oceano un bel benvenuti.”

Compiliamo la tabella dei turni di guardia, fatta in maniera da avere meno ore possibili in cabina con i due occupanti insieme, in maniera da cercare di sopperire al disagio della mancanza dei teli antirollio. In pratica sono tre ore di turno ogni dieci di riposo in due persone che si alternano ogni ora e mezza. Per cui i tempi di riposo sono abbondanti, non ci stancheremo più di tanto in lunghe veglie.

Davide è fuori dai turni, si sistema in dinette, non si spoglia mai, è sempre pronto ad intervenire di notte, e pretende di essere svegliato ad ogni variazione del vento o all’avvistamento di luci di navigazione. Il rischio oltre alle grosse navi trasporto che ci passeranno accanto, sono i container caduti dalle navi durante le burrasche e che rimangono semisommersi creando un pericolo imprevedibile; ma anche le balene, con cui faremo parecchi incontri, e che potrebbero non sentirci e venirci addosso, con danni irreparabili.
Dopo la cena mangiata da tutti in dinette, tranne che dai due di turno, e gustata in relative condizioni di stabilità, ognuno va a riposarsi per affrontare poi il suo primo turno.
Il vento si alza di nuovo, non supera i 15 Kn, ma possiamo aprire le vele, le mettiamo a segno e così rimarranno fino al giorno dopo quando entreremo a Punta Delgada. Il mio turno è da mezzanotte alle tre, mi copro bene, fa freddo, il vento e l’umido ti entrano nelle ossa. E’ tutto coperto con qualche sprazzo di limpido che lascia intravedere un celo stellato preludio delle indimenticabili nottate serene future. La pioggia ricomincia, stiamocene al riparo sotto la cappottina. La barca va da sola, il pilota automatico fa un egregio lavoro su una timoneria idraulica impossibile da governare a mano, non c’è nessuna sensibilità sul sistema, se governassimo noi faremmo il doppio di strada.
La mattina del giorno dopo ci regala qualche pesce volante in coperta, subito ributtato in mare e la vista dei primi delfini. E’ ancora tutto coperto e continua a piovere, ma verso il primo pomeriggio saremo in porto, potremo asciugare le cerate. Ci fermiamo comunque non tanto per il tempo, ma per rabboccare il serbatoio e ripartire con il gasolio all’orlo, potremmo averne bisogno.

Passiamo il pomeriggio in attesa del benzinaio, che però oggi non si presenta, ci sarà da domani mattina, per cui anche noi lasciamo la nostra impronta sulla diga foranea: disegno, colore, brindisi e foto. Ci si diverte con poco, ma è tutto autentico e autentiche sono le emozioni che hai nel cuore e che condividi con gli altri.
Dopo il rifornimento, che per inciso costa la metà del gasolio in Italia, ripartiamo questa volta senza più nessuna possibilità di scalo fino a Gibilterra, ricomincia a piovere di nuovo, ma dovrebbe essere ormai in attenuazione il fronte e prossimamente regalarci giornate serene.
Entriamo presto nella routine dei turni, del riposo, delle chiacchierate in pozzetto, delle letture e del dolce far niente. Ma tutto questo ha breve durata. Un gagliardo Aliseo di 25 Kn ci coglie di bolina, la barca sbanda abbondantemente anche se riduciamo un po’ di tela, non ci abbandonerà per i prossimi 6 giorni e tra scalate su onde di 5 metri e discese nel concavo ci apprestiamo a doverci abituare ad una vita in obliquo. Mangiamo con una mano sola, l’altra serve a tenerci, e il piatto è tra le gambe, impossibile lasciarlo sul tavolo. Ma la parte più difficile a cui adattarsi è trovare un posto per riuscire a dormire, non sai dove metterti … la barca è abbastanza sbandata ed io ho la cuccetta sopravento il che significa aggrapparsi con  le unghie al materasso…l’unica è mettersi di traverso sul letto con i piedi puntati contro la paratia della cabina, è scomodo, tra il letto e la parete c’è un corridoio per il passaggio a prua dove c’è il bagno, e quando stai per addormentarti le gambe cedono e scivoli giù.., impossibile riposare.

Poi arriva il nuovo turno con Margaux che corre veloce, ancora più sbandata e salta sulle onde: risultato se non ti tieni più che bene voli via come una foglia….ci metto mezz’ora per vestirmi e fare colazione…..SIAMO DI BOLINA SIGNORI!!!! Ne avremo per un bel pezzo.
“Guardate!! Cosa sono quelle piccole creste marroni galleggianti sull’acqua?” Quando siamo vicini lo capiamo, sono piccole tartarughe che nuotano in mezzo all’oceano. “Ma dove vanno?” Le ritroviamo anche a 500 miglia dalla prima costa nei giorni successivi. Che buffe, e sono proprio piccole. Mah!!!
Gli incontri con i delfini si fanno sempre più numerosi, ormai è diventata un’abitudine più volte giornaliera. Anche qualche balena ci passa accanto con il suo sfiato e rumore inconfondibile.
Siamo talmente abituati a questi incontri che qualche giorno dopo non ci impressioniamo neppure più per due dorsi con sfiato che navigano con una rotta a 90° della nostra.
Ehi, ma quelle sono due balene, e ci stanno venendo addosso, non ci sentono siamo a vela.
Caz.. accendete il motore immediatamente, ormai ci sono addosso!!! All’ultimo si immergono e ci passano sotto per riemergere dalla parte opposta. L’abbiamo vista brutta, sarebbe stato un disastro.
L’arrivo della sera è un momento indimenticabile. Con il buio più profondo ecco la volta stellata in tutta la sua bellezza, non ne ho mai viste così tante in nessun luogo in cui ho ammirato il cielo notturno. Gli spazi tra una e l’altra sono piccolissimi, è un luccicare immenso, si vedono senza problemi alcuni puntini luminosi che si muovono ad una discreta velocità. Sono i satelliti che girano intorno alla terra. Il panorama è interrotto solo dalla luce più intensa della luna, che però ci regala uno spettacolo altrettanto suggestivo sulla superficie marina: la scia in poppa che ci lasciamo è luccicante altrettanto quanto la volta celeste, il plancton è in quantità enormi e la luna lo illumina quel tanto che basta da vedere dietro di noi un’autostrada illuminata, sembra di navigare in mezzo a un mare di pietre preziose.
E’ il pomeriggio del sesto giorno, ormai il gruppo è affiatato e i racconti divertenti si susseguono in pozzetto durante il giorno, siamo rilassati e i problemi di casa fanno parte di un’altra vita.
“Ehi, guardate quelle due rondini, vedrete che si riposeranno in testa d’albero.” Continuano a volarci intorno, poi una più coraggiosa, o forse la più stanca si posa in pozzetto, si mette sul timone, si sposta sul cappello di uno di noi. Non ho mai visto una cosa del genere.
La rondine si fa prendere in mano, accarezzare da un umano, ma come è possibile? Deve essere talmente stremata che non ha più forza alcuna. La sua compagna se ne va quando la vede entrare sottocoperta “vuoi vedere che l’ha accompagnata dove forse può essere rifocillata e si è assicurata che fosse in buone mani” Fatto sta che nel giro di una mezzora altri due uccelli si posano sulla barca e si infilano sottocoperta, questi sono una specie di passeri, ma molto più grossi di quelli che siamo abituati a vedere in città, e con dei colori più sgargianti, il giallo intenso del collo, del petto e della pancia li identifica di sicuro in un’altra categoria, ma non sappiamo di quale si tratti. Abbiamo a bordo tra l’equipaggio un veterinario, lui si prenderà cura dei nostri nuovi ospiti. Gli diamo un po’ di cibo da mangiare e cominciamo a pulire i bisogni che ci lasciano in dinette. Passa la notte, uscito dal mio turno di guardia alle 6, mi appisolo su una poltrona sottovento, finalmente riesco a riposare un attimo. Anche un nostro ospite la pensa come me, e con un piccolissimo volo si viene a sistemare sopra il mio torace. Sono teneramente impressionato da questa manifestazione che non oso più muovermi. Passiamo un’oretta insieme, poi spinto da un bisogno impellente mi alzo e vado in bagno, lasciando il mio nuovo amico sul bracciolo della poltrona. L’equipaggio comincia a preparare la colazione. Torno dopo un quarto d’ora, mi sono fatto anche la barba. Dov’è il passerone che dormiva con me? E’ morto, mi dicono, è rimasto per altri dieci minuti sul bracciolo poi è stramazzato per terra, l’abbiamo appena tolto e buttato a mare. Nel giro della mezzora successiva uno dopo l’altro anche la rondine e l’altro passerone passano a miglior vita. Non abbiamo saputo aiutarli adeguatamente, o non c’era comunque più nulla da fare.
L’episodio ci lascia tutti tristi, mai ci saremmo aspettati una loro dipartita.
Le notti si susseguono, e le navi che ci incrociano cominciano a diventare sempre più numerose, ci stiamo avvicinando a Gibilterra. Il traffico aumenta, ma nulla in confronto a quanto vedremo nello stretto e nelle sue immediate vicinanze. La quantità di naviglio è talmente elevato che ci sono due corsie per passarlo, una di ingresso in mediterraneo e una di uscita e le navi si ritrovano tutte in file. Ma c’è anche una notevole quantità di naviglio che invece attraversa dalla sponda marocchina a quella spagnola e viceversa, e questi tagliano la nostra rotta a 90°. Sembra un gioco ad incastro, meno male che è giorno e il vento è tranquillo, in ogni caso passiamo a motore, ammainando le vele. Di notte sarebbe stato un incubo.
Se le navi in movimento erano tante, quelle in rada fuori dal porto di Gibilterra sono altrettante.
“Ma si è riunito qui tutto il naviglio del mondo?”
Comunque passiamo indenni, e puntiamo verso Benalmadena porto di attracco a pochi chilometri da Malaga, da dove abbiamo il volo per il rientro. Arriviamo che ormai è buio, ci mettiamo al transito e alziamo la bandiera gialla per indicare che dobbiamo fare dogana. La sensazione di toccare di nuovo terra è strana, ma comunque ben accolta. Cominciamo a festeggiare e a stappare bottiglie, le foto di rito si susseguono, e gli abbracci pure. Abbiamo condiviso qualcosa che ci renderà indimenticabili gli uni con gli altri….e pensare che 10 giorni fa nemmeno ci conoscevamo.

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